martedì 15 aprile 2014

Elogio della raccomandazione

Riflettevo sulla "raccomandazione", metodo di assunzione fortemente criticato.
Secondo me invece è un buon metodo per assumere perché, in linea di principio, il raccomandato ha delle credenziali che lo farebbero preferire ad altri concorrenti per il posto di lavoro.
Il problema sorge quando il raccomandato è un inetto ed il raccomandante se ne frega.
Perché se io segnalo una persona per un determinato lavoro, lo devo fare nella convinzione che questa persona sia capace nel lavoro che andrà a fare. Perché altrimenti toglierebbe solo il lavoro a qualcuno che magari è più bravo!
Il raccomandante ha una bella responsabilità, ma purtroppo storicamente in Italia agisce da irresponsabile, segnalando persone per amicizia o convenienza personale, piuttosto per vera convinzione nei mezzi di chi sta raccomandando.
Non ci sarebbe nulla di male se si cominciasse a segnalare le persone capaci per il lavoro che dovrebbero fare, anziché usare lo strumento della raccomandazione solo per fare favori e incrementare il clientelismo.

sabato 12 aprile 2014

Il consiglio

Il consiglio è il modo con cui le persone trasmettono la propria esperienza e le proprie conoscenze.
Ci sono però alcune regole da rispettare:

  • Chi riceve il consiglio deve ascoltare.
  • Chi dà il consiglio non deve aspettarsi che chi lo riceva lo prenda in considerazione.
  • Chi lo riceve, in base alla propria esperienza, e alla fiducia che ripone in chi glielo da, deve seguirlo.
  • Chi lo dà è libero di non darlo più se in passato il ricevente ha dimostrato di aver solo fatto sprecare fiato.
  • Chi lo riceve deve smetterla di chiedere consigli se poi fa sempre quel cavolo che gli pare.
p.s. anche questo post è un consiglio.

mercoledì 9 aprile 2014

Vegan & Co.

Mio cugino è diventato vegetariano, dice per caso: per combinazione si è ritrovato senza mangiare carne per una decina di giorni e ha continuato.
Però mangia il pesce... boh, vallo a capire.
Dice che gli fanno pena gli animali uccisi per farne carne da macello; ed il pesce che viene tirato su dal mare e fatto morire soffocato non fa pena? E vogliamo parlare di tutte quelle verdure che vengono strappate via dalla terra, tagliate loro le radici, sforbiciate dai loro alberi? Sicuri che non provino pure loro una qualche forma di sofferenza?
O perché, visto che non parlano, non toccano la nostra coscienza?
Ognuno poi è libero di fare quello che vuole, mi sembrano solo controsensi.
Per non parlare poi di quei talebani dei vegani, che non hanno nessun tipo di contatto con alimenti o oggetti di provenienza animale. Talebani e basta!
Vorrei solo rammentare che la scimmia antropomorfa nota col nome scientifico di Homo Sapiens è un animale onnivoro, mangia tutto: carne, pesce, vegetali e funghi. Faccio io ora il talebano: chi non rispetta questa regola va contro Natura!!

martedì 8 aprile 2014

Social cattiveria

Si sente spesso dire in tv e nei giornali che "il popolo del web" è maleducato, violento e offensivo perché spesso ogni discussione animata termina sistematicamente con l'insulto.
A parte che la definizione di "popolo del web" è una cretinata, visto che sono le stesse persone quelle che incontri dentro l'ascensore condominiale e quelle che becchi in una discussione su facecoso o tuitter.
Ma a parte la sistematica voglia di incasellare tutto e tutti che hanno i media classici, quali appunto tv o giornali, ci si dimentica di una cosa fondamentale: internet è una piazza, paragoniamola pure all'agorà dell'antica Grecia, dove trovavi chi mercanteggiava (shopping on line), chi dava le ultime notizie su politica o guerre in corso (giornali on line) o chi chiacchierava del più o del meno (social network).
Però, a differenza dell'agorà, c'è un fattore psicologico non indifferente come la separazione fisica dall'interlocutore: tale separazione, a seconda del carattere delle persone o dell'argomento trattato, può amplificare qualunque tipo di reazione. Perciò, se magari trovandosi a tu per tu con una persona che forse manco conosci, normalmente, per non esagerare, cambieresti discorso, da dietro un monitor lo sfanculi in un niente, fregandotene delle buone maniere (atteggiamento comunque sbagliato). Se muore un personaggio famoso, che magari conoscevi a mala pena, una reazione normale sarebbe dire "pace all'anima sua", su internet si sprecano gli elogi e i lutti con parole che spesso iniziano con "adesso insegna agli angeli a...".
Aggiungiamo pure che spesso l'uomo comune è represso ed il danno è fatto, visto che su un mezzo che ti tiene fisicamente a distanza da gente che oggi incroci, domani sarà chissà dove, viene facile sfogare la propria repressione giornaliera.
Non siamo maleducati (forse un po' si) né violenti, ma spesso solo repressi che trovano rilassante, e talvolta divertente, sfogarsi sul web.

lunedì 7 aprile 2014

La città moderna

Stavo riflettendo sulla composizione di una città moderna, senza una propria individualità o connotazione caratteristica, con una storia ormai sbiadita o del tutto inesistente, visto che è relegata al singolo quartiere del centro storico.
L'essere umano è un animale sociale (il più delle volte) e per questo, da sempre, ha vissuto in comunità che col passare delle epoche si sono ampliate sempre di più.
Adesso però nelle grandi città non c'è più quella caratteristica che accomunava le vecchie comunità. Sono troppo grandi, smisurate, per avere una singola identità; per cui si assiste alla nascita di diverse identità all'interno della stessa città, e ciò è delegato ai quartieri, storici, periferici, residenziali ecc... tutti con caratteristiche peculiari, ma manca sempre qualcosa, non so cosa, ma se si va in cittadine più piccole si nota la differenza. Sarà perché si conoscono tutti, si partecipa assieme alla vita politica e si creano equilibri che durano nel tempo, ma il fatto è che una cittadina più piccola è più a misura d'uomo.
Non è un caso che la qualità della vita e quindi la durata stessa è superiore nei paesi e nelle piccole città.
Si vive meglio ed è come se il tempo stesso avesse una misura diversa, meno frenetica, più umana.
Ed io vivo in una cittadina da centomila abitanti: credo che non potrei mai andare ad abitare in una città ancora più grande! E sono anche legato alla mia terra ed al pensiero di avere il mare a portata di vista, perché altrimenti me ne andrei pure in campagna...

domenica 6 aprile 2014

Il T9

Piaga dell'era moderna, padre di tutti gli equivoci, adesso è anche la scusa più abusata per giustificare la propria ignoranza in grammatica italiana.
Qui sotto alcuni esempi:

stasera NON sta sera
un altro NON un'altro
ce la faccio NON c'è la faccio
a meno che NON almeno che

Per non parlare di tutte le volte che la "e" congiunzione viene invertita con "è" copula.
È inutile che date la colpa al T9, gli ignoranti siete voi, non il cellulare!

sabato 5 aprile 2014

Quando un racconto ti colpisce?

Ovvero, qual è la differenza tra un racconto epico ed uno che ti fa dire al massimo "ah, si... carino"?
Questa è stata la discussione di una sera di tempo fa al pub; si parlava del finale di twilight (sic.) e lo mettevamo a confronto con altri racconti.
Il mio punto di vista: Twilight è un racconto per ragazzini, privo di mordente e con un finale annacquato.
[Attenzione SPOILER]
Soprattutto finale annacquato: perché tutta quell'azione, quella lotta, quelle morti eccellenti, non era altro che una pippa mentale e quindi farmi concludere che il film è stato una delusione.
Si, perché il confine tra epica e raccontino carino è sottile ma molto importante: nell'epica qualcuno muore.
È proprio la morte che innalza il livello di un racconto.
Se prestiamo attenzione, cosa sarebbe di Guerre Stellari se Darth Vader alla fine restasse in vita per magari andare a pesca nei week end col figlio Luke? Oppure Orlando restasse in vita al termine dell'agguato a Roncisvalle per fare il figo con Carlo Magno? Immaginatevi la scena: Romeo e Giulietta, anziché suicidarsi per amore, scappano e vanno a vivere in un'altra città sotto mentite spoglie. E chi si sarebbe mai ricordato di loro due?
Dobbiamo ammetterlo, è la morte che nobilita un racconto, senza di essa ogni vicenda sa di ingenuo e non ne proviamo interesse.
Attenzione, non è morbosità, non è ricerca di un tabù, è una cosa inconscia, probabilmente esiste nella nostra mente un qualche background ancestrale che ci emoziona quando in un racconto muore qualcuno, forse perché quando ancora vivevamo nelle caverne e la sera si tornava in comunità e ci si raccontava le storie dei cacciatori di generazioni passate, c'era sempre qualcuno che moriva; e così per millenni il nostro cervello ha imparato ad emozionarsi quando ascolta una storia in cui uno dei protagonisti muore.