Quello dell'esportazione della democrazia è un concetto relativamente recente, ma diciamoci la verità: più che un ideale è una scusa per invadere territori stranieri e far girare la propria economia.
Si, perché più che altro è farsi belli agli occhi dell'opinione pubblica con belle parole e nel contempo nascondere le effettive nefandezze che si fanno nel Paese in cui si pretende di esportare tale democrazia.
Ci sono diverse considerazioni da fare; in primo luogo, con che diritto pretendiamo di avere noi ragione dicendo che la "democrazia" sia il miglior sistema di governo esistente, esistono tante altre forme di governo che non necessariamente prevedono una consultazione dei governati per decidere chi li deve governare. Oltretutto all'interno stesso del gran calderone della democrazia ne possiamo vedere varie forme, alcune delle quali prevedono perfino dei regnanti (ed in quei Paesi non si sta nemmeno tanto male).
Un'altra considerazione che mi viene da fare è che quella che noi chiamiamo democrazia e che prevede un suffragio universale, degli eletti che legiferano e mandano avanti la collettività, è una forma di governo molto recente, se paragonata alla storia dell'umanità.
All'alba della civiltà infatti vigevano varie forme di oligarchia, dove i più anziani e saggi decidevano per tutti; man mano che le comunità si allargavano, nacquero i regni, che nella loro forma peggiore divennero tirannidi; in Grecia c'è una prima intuizione di ciò che abbiamo adesso: nasce il concetto di "democrazia", ovvero governo del popolo, nel senso che il popolo eleggeva i propri rappresentanti, ma mica votavano tutti. Esperimento provato un po' ovunque e con diverse varianti, ma sostanzialmente fallito, visto che dappertutto nacquero regni ed imperi retti da monarchi assoluti.
Col passare dei secoli i regnanti concessero sempre di più ai propri baroni, ma solo dalla Rivoluzione Francese in poi c'è la presa di coscienza che è il popolo a decidere del proprio destino e di chi lo deve governare. E dopo due secoli abbondanti stiamo ancora cercando di migliorare questa cosa che chiamiamo "democrazia".
Dopo tutto sto pippone di excursus storico, cosa voglio dire? Che ci vogliono secoli per arrivare alla consapevolezza che la democrazia è un diritto dell'uomo, che tale diritto però lo si deve guadagnare e soprattutto lo si deve desiderare e manco è detto che si stia meglio di prima con esso.
Quindi, vogliamo esportare la democrazia? Insegniamo loro cosa significa, che bene prezioso sia e non imponiamolo con la forza che tanto è tutto inutile, perché se qualcuno viene con la forza a casa mia ad impormi una cosa, potrà essere pure la cosa più bella del mondo, ma se non ho gli strumenti per capirla, allora non la vorrò mai!
venerdì 4 aprile 2014
mercoledì 2 aprile 2014
Eccellenze italiane
Spesso ci sentiamo raccontare di quanto eccellente sia il popolo italiano e di quante meraviglie ha portato all'umanità in campo scientifico e artistico soprattutto.
Un lungo elogio, forse pure leggermente dalla tinta fascistella, dove ci vengono elencate le mirabolanti gesta di Cristoforo Colombo, il genio di Leonardo, la grandezza di Michelangelo, la fantasia di Dante o lo spirito scientifico di Galileo, tanto per citare i primi che mi vengono in mente.
Io la vedo diversamente: per me di italico queste illustrissime persone hanno veramente poco, a mala pena il luogo di nascita e qualche volta la lingua.
L'Italia, la nostra Italia, bella e unita politicamente, linguisticamente e (forse) civilmente, nasce agli inizi dell'800, si unirà definitivamente nel 1860, ma già con Napoleone si hanno i primi stimoli e le prime volontà di creare una Nazione in senso moderno.
Cosa voglio dire? Chi nacque e operò prima di quel periodo per me non è "italiano", è genovese, fiorentino, romano, pisano, cittadino del mondo... è figlio di una nazione che credeva negli uomini e gli dava fiducia e mezzi per esprimere il loro genio.
È grazie alla Spagna che Colombo mise fine alla chiusura dei commerci medievali, grazie al coraggio e ai soldi di quella Nazione che Colombo poté entrare nella Storia e noi vantarcene!
Se non era per gli Sforza, i re francesi e chiunque altro volle servirsi del suo Genio, Leonardo avrebbe passato la sua vita a dipingere putti in qualche chiesetta toscana; se non fosse stato per i tanti soldi dei Papi rinascimentali o dei Medici, col cavolo che Michelangelo sarebbe stato il più grande scultore dell'ultimo millennio (e forse anche di quello passato).
L'Italia, quella che conosciamo noi, non c'entra niente con queste persone! Non ha investito un bel niente su di loro, ma ne trae solo i benefici (e non sempre).
L'Italia può vantarsi di Marconi, di Verdi, di Camillo Benso, di Olivetti, ovvero di uno sparuto numero di uomini che ha vissuto e lavorato in questo Paese, che ha studiato nelle Università fornite da questa Nazione e imparato da maestri che a loro volta sono nati da queste parti.
E adesso? di chi possiamo vantarci al giorno d'oggi? Forse di qualche sportivo, di qualche stilista o di qualche genio vincitore pure di Nobel (ma quanti di questi ultimi hanno lavorato in Italia?); e d'altronde la statistica sulla "fuga di cervelli" è chiara: se sei abbastanza intelligente, o hai un talento particolare, per dare un contributo all'umanità in qualche modo, te ne vai da questo Paese che non riesce a dare ai propri figli i mezzi adatti a far uscire il tuo talento!
Non voglio dire che tutti quelli che vanno via dall'Italia sono dei geni, ma sicuramente se lo sei restando qua non ottieni nulla.
Qua restano quelli con mezzi limitati, ed in certi casi li votiamo pure.
Un lungo elogio, forse pure leggermente dalla tinta fascistella, dove ci vengono elencate le mirabolanti gesta di Cristoforo Colombo, il genio di Leonardo, la grandezza di Michelangelo, la fantasia di Dante o lo spirito scientifico di Galileo, tanto per citare i primi che mi vengono in mente.
Io la vedo diversamente: per me di italico queste illustrissime persone hanno veramente poco, a mala pena il luogo di nascita e qualche volta la lingua.
L'Italia, la nostra Italia, bella e unita politicamente, linguisticamente e (forse) civilmente, nasce agli inizi dell'800, si unirà definitivamente nel 1860, ma già con Napoleone si hanno i primi stimoli e le prime volontà di creare una Nazione in senso moderno.
Cosa voglio dire? Chi nacque e operò prima di quel periodo per me non è "italiano", è genovese, fiorentino, romano, pisano, cittadino del mondo... è figlio di una nazione che credeva negli uomini e gli dava fiducia e mezzi per esprimere il loro genio.
È grazie alla Spagna che Colombo mise fine alla chiusura dei commerci medievali, grazie al coraggio e ai soldi di quella Nazione che Colombo poté entrare nella Storia e noi vantarcene!
Se non era per gli Sforza, i re francesi e chiunque altro volle servirsi del suo Genio, Leonardo avrebbe passato la sua vita a dipingere putti in qualche chiesetta toscana; se non fosse stato per i tanti soldi dei Papi rinascimentali o dei Medici, col cavolo che Michelangelo sarebbe stato il più grande scultore dell'ultimo millennio (e forse anche di quello passato).
L'Italia, quella che conosciamo noi, non c'entra niente con queste persone! Non ha investito un bel niente su di loro, ma ne trae solo i benefici (e non sempre).
L'Italia può vantarsi di Marconi, di Verdi, di Camillo Benso, di Olivetti, ovvero di uno sparuto numero di uomini che ha vissuto e lavorato in questo Paese, che ha studiato nelle Università fornite da questa Nazione e imparato da maestri che a loro volta sono nati da queste parti.
E adesso? di chi possiamo vantarci al giorno d'oggi? Forse di qualche sportivo, di qualche stilista o di qualche genio vincitore pure di Nobel (ma quanti di questi ultimi hanno lavorato in Italia?); e d'altronde la statistica sulla "fuga di cervelli" è chiara: se sei abbastanza intelligente, o hai un talento particolare, per dare un contributo all'umanità in qualche modo, te ne vai da questo Paese che non riesce a dare ai propri figli i mezzi adatti a far uscire il tuo talento!
Non voglio dire che tutti quelli che vanno via dall'Italia sono dei geni, ma sicuramente se lo sei restando qua non ottieni nulla.
Qua restano quelli con mezzi limitati, ed in certi casi li votiamo pure.
lunedì 31 marzo 2014
3D
L'altra sera sono andato al cinema a vedere l'ennesimo film proposto in versione 3D.
Premesso che già il fatto che in città non ci sia un cinema che ti faccia scegliere se vederlo in maniera tradizionale o in 3D, mi fa un po' girare le scatole, ma vabbeh, la città è piccola e scegliere è un lusso che in tempo di crisi non ci possiamo permettere.
Ad ogni modo, è già da qualche anno che, soprattutto i film d'azione, vengono proposti in versione 3D, che sulla carta è una figata mostruosa.
Ahimè la realtà è ben diversa: il film il più delle volte è proposto semplicemente con una profondità di campo maggiore che nella versione normale, niente di eccezionale, insomma. Inoltre non aggiunge niente alla trama, non mostra niente di più che se fosse distribuito in 2D.
Non sono un tipo che va contro le nuove tecnologie, tutt'altro! Ma uno il 3D se lo immagina come se ti trovassi immerso nell'azione, nella scena, nella storia! Pretendo troppo? Forse, ma allora che senso ha farmi indossare degli occhialini, che il più delle volte mi fanno venire il mal di testa, se non ricevo degli stimoli visivi maggiori? C'era sto supereroe (era Cap. America) che lanciava lo scudo a mo' di flipper, ed io stavo li che lo vedevo rimbalzare: pensa che spettacolo se, grazie al 3D, avessi avuto l'impressione di trovarmelo lanciato addosso! Ed invece nulla...
Film bello, ma a che serve il 3D se non ti fa aumentare la sensazione di esserci stato li in mezzo?
Premesso che già il fatto che in città non ci sia un cinema che ti faccia scegliere se vederlo in maniera tradizionale o in 3D, mi fa un po' girare le scatole, ma vabbeh, la città è piccola e scegliere è un lusso che in tempo di crisi non ci possiamo permettere.
Ad ogni modo, è già da qualche anno che, soprattutto i film d'azione, vengono proposti in versione 3D, che sulla carta è una figata mostruosa.
Ahimè la realtà è ben diversa: il film il più delle volte è proposto semplicemente con una profondità di campo maggiore che nella versione normale, niente di eccezionale, insomma. Inoltre non aggiunge niente alla trama, non mostra niente di più che se fosse distribuito in 2D.
Non sono un tipo che va contro le nuove tecnologie, tutt'altro! Ma uno il 3D se lo immagina come se ti trovassi immerso nell'azione, nella scena, nella storia! Pretendo troppo? Forse, ma allora che senso ha farmi indossare degli occhialini, che il più delle volte mi fanno venire il mal di testa, se non ricevo degli stimoli visivi maggiori? C'era sto supereroe (era Cap. America) che lanciava lo scudo a mo' di flipper, ed io stavo li che lo vedevo rimbalzare: pensa che spettacolo se, grazie al 3D, avessi avuto l'impressione di trovarmelo lanciato addosso! Ed invece nulla...
Film bello, ma a che serve il 3D se non ti fa aumentare la sensazione di esserci stato li in mezzo?
domenica 30 marzo 2014
Sveglia
Ore 7:15
Suona la sveglia.
Controllare il cellulare. Mandare sms di buongiorno. Andare in bagno. Entrare in cucina. Salutare i genitori. Fare colazione.
Rendersi conto di cosa si è appena sognato. Ice ancora non ha ben realizzato, si è svegliato ma non capisce se è un sogno quello che sta vivendo o ha appena smesso di sognare.
Realizza che l'angoscia che si porta dietro e che lo ha fatto svegliare di malumore è per via di una brutta nottata, passata nell'angoscia di un brutto sogno.
Piano piano capisce che ha ancora un negozio, non ci sono le bombe, e quella è la solita routine di un Paese tranquillo.
Ma volge lo sguardo verso la tv accesa e presta attenzione a ciò che dice il telegiornale:
"Crimea, oggi è un brutto giorno per il mondo. Scaduto l'ultimatum dell'ONU nei confronti della Russia, sono partiti i primi razzi offensivi verso quel territorio occupato illegalmente. Gli USA e tutta l'Unione Europea si schiera al fianco dell'Ucraina in quella che sembra essere un'escalation verso la III Guerra mondiale"
Ad Ice passa la fame. Ma pensa che andrà a svuotare il negozio e mettere al sicuro la merce.
Ma prima c'è una cosa ancora più importante da fare.
-"Pronto, Pearl?"
-"Si tesoro? che c'è? hai una voce...."
-"Già, poi ti spiego... volevo dirti che ti amo.... e che dobbiamo andare in chiesa a parlare col prete"
Suona la sveglia.
Controllare il cellulare. Mandare sms di buongiorno. Andare in bagno. Entrare in cucina. Salutare i genitori. Fare colazione.
Rendersi conto di cosa si è appena sognato. Ice ancora non ha ben realizzato, si è svegliato ma non capisce se è un sogno quello che sta vivendo o ha appena smesso di sognare.
Realizza che l'angoscia che si porta dietro e che lo ha fatto svegliare di malumore è per via di una brutta nottata, passata nell'angoscia di un brutto sogno.
Piano piano capisce che ha ancora un negozio, non ci sono le bombe, e quella è la solita routine di un Paese tranquillo.
Ma volge lo sguardo verso la tv accesa e presta attenzione a ciò che dice il telegiornale:
"Crimea, oggi è un brutto giorno per il mondo. Scaduto l'ultimatum dell'ONU nei confronti della Russia, sono partiti i primi razzi offensivi verso quel territorio occupato illegalmente. Gli USA e tutta l'Unione Europea si schiera al fianco dell'Ucraina in quella che sembra essere un'escalation verso la III Guerra mondiale"
Ad Ice passa la fame. Ma pensa che andrà a svuotare il negozio e mettere al sicuro la merce.
Ma prima c'è una cosa ancora più importante da fare.
-"Pronto, Pearl?"
-"Si tesoro? che c'è? hai una voce...."
-"Già, poi ti spiego... volevo dirti che ti amo.... e che dobbiamo andare in chiesa a parlare col prete"
FINE
sabato 29 marzo 2014
Finché morte non vi separi
Era un tardo pomeriggio di quel caldo autunno quando attraverso la rete clandestina si cominciò a spargere la voce di un imminente e massiccio attacco proprio nei pressi di quel quasi dimenticato angolo di Pianeta dove vivevano Ice e Pearl.
Perché attaccare proprio li? Cosa aveva di speciale? La notte prima si erano uditi forte e incessanti le eliche di una flotta di aerei che cercavano riparo in ciò che restava di quel piccolo aeroporto della NATO.
Cosa o chi trasportavano di così tanto importante quegli aerei? Tanto da scatenare l'apocalisse proprio li? Era inutile saperlo adesso, l'avrebbero scoperto dopo, se fossero sopravvissuti.
Sopravvivere.
Ora più che mai.
Ma c'è una cosa che Ice voleva principalmente, prima che fosse troppo tardi: voleva sposarla.
Come può passargli per la testa una cosa del genere proprio nel momento della fuga? Era la cosa più importante di tutte in quel momento: se non ci fosse stato un domani, doveva almeno, nella loro storia, esserci almeno un oggi. Uno soltanto.
Ice prende Pearl per mano e corre verso la chiesa, lei ancora non sa delle terribili notizie in arrivo, ma non c'è bisogno di sentirle per capire cosa significasse quel viavai di persone, quell'affannarsi nel caricare di provviste qualunque mezzo di trasporto per andare verso le campagne, al sicuro. Forse.
Bussano alla porta, l'anziano prete li sente e va ad aprire. Lui non sta scappando, lui rimarrà li per confortare chi non ha modo di scappare.
La porta si apre, il prete li riconosce subito, li ha visti crescere, sa chi sono e cosa sono venuti a fare, almeno è quello che crede. Pensa infatti che siano li per convincerli ad evacuare, per dirgli che la via del martirio ancora non è giunta.
Ice lo ferma quasi subito, e gli dice che sono li perché vogliono essere sposati. Pearl quasi sbianca, non aveva capito, pensava anzi che quel pensiero ormai non frequentava più la mente del suo uomo. Se n'era pure fatta una ragione: non sarebbe mai potuto essere il matrimonio dei sogni di quando era bambina, gli abiti bianchi erano spariti da un pezzo, e non sarebbe stato un vero "matrimonio", visto che le condizioni di vita sarebbero state le stesse.
Non capiva perché Ice facesse quella richiesta al prete, ma appena sentì dalla sua bocca quel desiderio di matrimonio del suo uomo rivolto al prete, si sentì come non si sentiva da tempo: viva, amata di un amore puro e straordinario. E non avevano più importanza gli abiti bianchi, le difficoltà abitative, e l'incognita che quella notte portava con se assieme alle bombe.
Era felice! Ed Ice si sentì pieno d'orgoglio per essere riuscito a rendere felice l'unica sua ragione di vita, anche in quel momento così drammatico.
Tutto fu molto veloce, non avevano molto tempo a disposizione.
Espressero i voti, si scambiarono i vecchi anelli di fidanzamento, vennero benedetti da quel prete così coraggioso. Testimone quel crocifisso che Ice vedeva fin da quando andava all'asilo.
Uscirono dalla chiesa che si udivano arrivare cupi i primi aerei ed in lontananza rumori sordi, come tuoni, ma di morte.
Niente campane a festa per loro.
Ma nei loro cuori riuscivano a sentirle quelle campane.
Perché attaccare proprio li? Cosa aveva di speciale? La notte prima si erano uditi forte e incessanti le eliche di una flotta di aerei che cercavano riparo in ciò che restava di quel piccolo aeroporto della NATO.
Cosa o chi trasportavano di così tanto importante quegli aerei? Tanto da scatenare l'apocalisse proprio li? Era inutile saperlo adesso, l'avrebbero scoperto dopo, se fossero sopravvissuti.
Sopravvivere.
Ora più che mai.
Ma c'è una cosa che Ice voleva principalmente, prima che fosse troppo tardi: voleva sposarla.
Come può passargli per la testa una cosa del genere proprio nel momento della fuga? Era la cosa più importante di tutte in quel momento: se non ci fosse stato un domani, doveva almeno, nella loro storia, esserci almeno un oggi. Uno soltanto.
Ice prende Pearl per mano e corre verso la chiesa, lei ancora non sa delle terribili notizie in arrivo, ma non c'è bisogno di sentirle per capire cosa significasse quel viavai di persone, quell'affannarsi nel caricare di provviste qualunque mezzo di trasporto per andare verso le campagne, al sicuro. Forse.
Bussano alla porta, l'anziano prete li sente e va ad aprire. Lui non sta scappando, lui rimarrà li per confortare chi non ha modo di scappare.
La porta si apre, il prete li riconosce subito, li ha visti crescere, sa chi sono e cosa sono venuti a fare, almeno è quello che crede. Pensa infatti che siano li per convincerli ad evacuare, per dirgli che la via del martirio ancora non è giunta.
Ice lo ferma quasi subito, e gli dice che sono li perché vogliono essere sposati. Pearl quasi sbianca, non aveva capito, pensava anzi che quel pensiero ormai non frequentava più la mente del suo uomo. Se n'era pure fatta una ragione: non sarebbe mai potuto essere il matrimonio dei sogni di quando era bambina, gli abiti bianchi erano spariti da un pezzo, e non sarebbe stato un vero "matrimonio", visto che le condizioni di vita sarebbero state le stesse.
Non capiva perché Ice facesse quella richiesta al prete, ma appena sentì dalla sua bocca quel desiderio di matrimonio del suo uomo rivolto al prete, si sentì come non si sentiva da tempo: viva, amata di un amore puro e straordinario. E non avevano più importanza gli abiti bianchi, le difficoltà abitative, e l'incognita che quella notte portava con se assieme alle bombe.
Era felice! Ed Ice si sentì pieno d'orgoglio per essere riuscito a rendere felice l'unica sua ragione di vita, anche in quel momento così drammatico.
Tutto fu molto veloce, non avevano molto tempo a disposizione.
Espressero i voti, si scambiarono i vecchi anelli di fidanzamento, vennero benedetti da quel prete così coraggioso. Testimone quel crocifisso che Ice vedeva fin da quando andava all'asilo.
Uscirono dalla chiesa che si udivano arrivare cupi i primi aerei ed in lontananza rumori sordi, come tuoni, ma di morte.
Niente campane a festa per loro.
Ma nei loro cuori riuscivano a sentirle quelle campane.
[continua...]
venerdì 28 marzo 2014
Vita
Le giornate passavano tutte uguali, tra l'access point, la grande mensa in palestra e i riti domenicali.
Si, i riti domenicali. Perché in un mondo senza futuro almeno ti aggrappi alla Fede in uno migliore.
Fede. Ice non frequentava più la Chiesa, finché non conobbe Pearl. Fu lei a riportarlo alla luce, a ridargli un cuore. Lui aveva smarrito tutto ciò commettendo stupidi errori e non perdonandosi. Trovò il perdono e la comprensione grazie a Pearl.
L'access point non era un bunker; certo, le saracinesche stavano sempre abbassate e si entrava da una porta laterale, ma non si respirava tensione li dentro. C'erano meno di una decina di computer collegati ad un server, niente di speciale, ma era sufficiente per capire cosa stava accadendo nel mondo, dove si era spostata la guerra, sempre se quell'accozzaglia di mini eserciti acefali che si azzuffavano tra di loro potevano dirsi "guerra". O almeno quella era la percezione, per chi aveva accesso a notizie provenienti da posti lontani.
Il Governo Provvisorio d'Emergenza controllava l'informazione e non gradiva che venisse sminuita in quel modo la Grande Guerra d'Asia. Anzi, preferiva tenere tutti nel terrore di possibili attacchi nemici per poter gestire meglio la situazione.
Ma Ice non era un partigiano, non andava la notte a sabotare le camionette della Polizia Governativa, lui voleva solo sopravvivere a tutto ciò. Gestiva l'access point perché il caso lo ha voluto, e preferiva tenere sotto controllo lui la situazione piuttosto che affidarla a qualcun altro che magari avrebbe mandato tutto allo sbaraglio per degli ideali fuori moda.
Quello ormai era diventato l'imperativo di tutta quella piccola comunità.
Sopravvivere.
Si, i riti domenicali. Perché in un mondo senza futuro almeno ti aggrappi alla Fede in uno migliore.
Fede. Ice non frequentava più la Chiesa, finché non conobbe Pearl. Fu lei a riportarlo alla luce, a ridargli un cuore. Lui aveva smarrito tutto ciò commettendo stupidi errori e non perdonandosi. Trovò il perdono e la comprensione grazie a Pearl.
L'access point non era un bunker; certo, le saracinesche stavano sempre abbassate e si entrava da una porta laterale, ma non si respirava tensione li dentro. C'erano meno di una decina di computer collegati ad un server, niente di speciale, ma era sufficiente per capire cosa stava accadendo nel mondo, dove si era spostata la guerra, sempre se quell'accozzaglia di mini eserciti acefali che si azzuffavano tra di loro potevano dirsi "guerra". O almeno quella era la percezione, per chi aveva accesso a notizie provenienti da posti lontani.
Il Governo Provvisorio d'Emergenza controllava l'informazione e non gradiva che venisse sminuita in quel modo la Grande Guerra d'Asia. Anzi, preferiva tenere tutti nel terrore di possibili attacchi nemici per poter gestire meglio la situazione.
Ma Ice non era un partigiano, non andava la notte a sabotare le camionette della Polizia Governativa, lui voleva solo sopravvivere a tutto ciò. Gestiva l'access point perché il caso lo ha voluto, e preferiva tenere sotto controllo lui la situazione piuttosto che affidarla a qualcun altro che magari avrebbe mandato tutto allo sbaraglio per degli ideali fuori moda.
Quello ormai era diventato l'imperativo di tutta quella piccola comunità.
Sopravvivere.
[continua...]
giovedì 27 marzo 2014
E venne il giorno
Non si sa come tutto ebbe inizio, chi sparò per primo, chi contrattaccò più pesantemente. Con buona pace per la "distruzione mutua assistita".
La distruzione mutua assistita in fondo è sempre stata una stronzata: se 2 persone, ugualmente veloci, si affrontano con una pistola, non si sparano perché sanno che non avranno il tempo di scansarsi. Se la pistola cominciano ad averla in tanti, prima o poi trovi l'idiota che spara pur sapendo di andare incontro a morte certa.
Le notizie erano confuse, di parte, controllate e centellinate per non causare il panico nella popolazione.
Ma era tardi ormai, c'era Internet, c'erano i social network, e puoi mettere tutti i filtri che vuoi, ma le notizie si propagano ugualmente.
I supermercati erano stati ormai saccheggiati da giorni, si viveva come topi in gabbia, nelle piccole città o nelle campagne, nella speranza di non essere ulteriormente colpiti.
Il punto dove c'era l'attività di Ice, che aveva sgombrato preventivamente appena sentito puzza di saccheggi, stranamente non era stato tagliato fuori dalle linee telefoniche. Era diventato una specie di access point per le informazioni provenienti dal resto del globo. Ce n'erano altri in città, ma il suo era in periferia, lontano da porti, aeroporti e vicino la campagna: se si doveva scappare immediatamente era il posto migliore.
Certe volte Ice pensava che la vita era strana, alla fine del millennio passato pensava di aprire un Internet Point, ora ne gestiva uno clandestino. E quando pensava ciò, si ripeteva "sta attento a quello che desideri, perché potrebbe avverarsi".
Pearl aveva smesso di lavorare là. Non c'era più un "là".
Sfruttava la sua esperienza nel prestare servizio ai meno fortunati, facendo volontariato presso la vicina chiesa. Erano giorni brutti e duri per tutti, ma ci si dava da fare per renderli almeno dignitosi.
Chiunque sapesse fare qualcosa dava una mano, nel suo campo. Chiunque aveva qualcosa la condivideva, la moneta corrente era diventata la disponibilità nel fare qualcosa per qualcuno. Era una strana forma di baratto, ma in quel momento sembrava naturale fare così.
Pearl viveva con i suoi genitori in quello che doveva essere l'appartamento in cui vivere in futuro con Ice. Ma il destino aveva deciso diversamente. Dopo i primi raid nelle zone costiere, non era più sicuro il palazzo dove prima stavano: troppo vicino ad una via affollata, privo di forniture idriche regolari.
Ice invece si era stabilito nell'access point: non era sicuro lasciarlo sguarnito, c'era sempre il rischio di saccheggi, e poi poteva sempre arrivare qualche buona notizia. O per lo meno, questo era quello che andava ripetendo per dare conforto a chi aveva perso tutto.
La distruzione mutua assistita in fondo è sempre stata una stronzata: se 2 persone, ugualmente veloci, si affrontano con una pistola, non si sparano perché sanno che non avranno il tempo di scansarsi. Se la pistola cominciano ad averla in tanti, prima o poi trovi l'idiota che spara pur sapendo di andare incontro a morte certa.
Le notizie erano confuse, di parte, controllate e centellinate per non causare il panico nella popolazione.
Ma era tardi ormai, c'era Internet, c'erano i social network, e puoi mettere tutti i filtri che vuoi, ma le notizie si propagano ugualmente.
I supermercati erano stati ormai saccheggiati da giorni, si viveva come topi in gabbia, nelle piccole città o nelle campagne, nella speranza di non essere ulteriormente colpiti.
Il punto dove c'era l'attività di Ice, che aveva sgombrato preventivamente appena sentito puzza di saccheggi, stranamente non era stato tagliato fuori dalle linee telefoniche. Era diventato una specie di access point per le informazioni provenienti dal resto del globo. Ce n'erano altri in città, ma il suo era in periferia, lontano da porti, aeroporti e vicino la campagna: se si doveva scappare immediatamente era il posto migliore.
Certe volte Ice pensava che la vita era strana, alla fine del millennio passato pensava di aprire un Internet Point, ora ne gestiva uno clandestino. E quando pensava ciò, si ripeteva "sta attento a quello che desideri, perché potrebbe avverarsi".
Pearl aveva smesso di lavorare là. Non c'era più un "là".
Sfruttava la sua esperienza nel prestare servizio ai meno fortunati, facendo volontariato presso la vicina chiesa. Erano giorni brutti e duri per tutti, ma ci si dava da fare per renderli almeno dignitosi.
Chiunque sapesse fare qualcosa dava una mano, nel suo campo. Chiunque aveva qualcosa la condivideva, la moneta corrente era diventata la disponibilità nel fare qualcosa per qualcuno. Era una strana forma di baratto, ma in quel momento sembrava naturale fare così.
Pearl viveva con i suoi genitori in quello che doveva essere l'appartamento in cui vivere in futuro con Ice. Ma il destino aveva deciso diversamente. Dopo i primi raid nelle zone costiere, non era più sicuro il palazzo dove prima stavano: troppo vicino ad una via affollata, privo di forniture idriche regolari.
Ice invece si era stabilito nell'access point: non era sicuro lasciarlo sguarnito, c'era sempre il rischio di saccheggi, e poi poteva sempre arrivare qualche buona notizia. O per lo meno, questo era quello che andava ripetendo per dare conforto a chi aveva perso tutto.
[continua...]
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